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"Canti" "caroggi" e "bronzin" di Lavagna
Scrivere della propria città dà sempre una grande emozione, unita al fatto di non più abitarvi da tempo. Eppure, nella ricerca costante e giornaliera dei propri angoli, fatta fisicamente, scopro tutto il mio amore per essa.
"Lavagnina", "chiavarese d'adozione" rispondo sempre a chi domanda delle mie origini.
Ogni giorno, puntualmente da anni, percorro il ponte che da essa mi divide (peraltro l' ho invece sempre sentito come tratto d' unione) e mi ritrovo lì ad assaporare i miei "canti" ,il mio ''caroggio", la mia "maina", i miei ''bronzin'', coi ricordi anche di quel che non c'è più.
Rivedo, nelle mie camminate di bambina, a pochi passi il mercato con la compianta Iolanda che, al grido di "Pesci, donne!", animava "a ciassa do rotto"
E più avanti i "trèuggi", con le donne che ancora lavavano a mano linde lenzuola e colorate tovaglie della festa, attorniate da fanciulli che facevan bolle col profumato sapone bianco, usando i rocchetti vuoti del filo da cucire. Bolle bellissime, tutte diverse, e perciò le si seguiva una ad una fino
al loro inevitabile scoppio in cento goccioline.
La spiaggia, per una lavagnina del borgo, appena esperta di nuoto, era il "Mar piccolo", per sguazzare dove "si tocca", come ci raccomandavano ansiose mamme.
Che gioia la domenica in giro con tutta la famiglia cercare un "bronzin", lungo le strade. M'attirava come uscisse da
lì un nuovo mondo, solo attraverso il girare di un pòmolo. Mai acqua m'è parsa più buona. E ancor oggi ricerco nei miei qualsiasi itinerari un "bronzin", come a ritrovare un pezzetto di magia della mia infanzia.
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